Adattarsi senza adattarsi

 

Da molti anni il signor Rossi non prende l'ascensore e percorre a piedi gli scalini che lo separano dal suo appartamento situato al quarto piano; inoltre per recarsi in ufficio cammina all'incirca per due chilometri cinque giorni la settimana.


Pur essendo azioni di per se meritorie e di cui, in piccola misura ne beneficiano muscoli e il cuore non consentono certo al signor Rossi di prepararsi per affrontare efficacemente un impegno sportivo. Quello che compie quotidianamente, infatti, non può essere definito allenamento, ma più semplicemente una buona abitudine. Parafrasando una nota pubblicità potremmo dire contro il logorio della vita moderna vai a piedi e usa l'auto solo quando è indispensabile...''.


La differenza tra abitudine e allenamento sta principalmente nella variazione continua degli stimoli prevista razionalmente dall'allenamento per far sì che l'organismo risponda con adattamenti sempre più qualificati. L'abitudine è invece qualcosa di standardizzato, stabile, sempre uguale.


L'allenamento è un processo che deve determinare continui cambiamenti. Quella stupefacente macchina biologica che è l'uomo risponde agli svariati stimoli alla quale è sottoposta modificando alcune delle strutture coinvolte, reagendo insomma per neutralizzare gli effetti squilibranti e tornare il più rapidamente possibile allo stato di equilibrio interno.
Detto così potrebbe sembrare un "botta e risposta'' come in alcune trasmissioni televisive. Ma è bene ricordare che tra il momento di applicazione dello stimolo allenante e il momento in cui si evidenzia l'adattamento esiste sempre un intervallo di tempo più o meno lungo. La somma degli adattamenti dell'organismo provocati da un corretto affaticamento, portano ad un aumento dell'efficienza fisica e delle prestazioni atletiche (supercompensazione).
Manteniamo come punto di riferimento il nostro signor Rossi: definiamo con la linea A del grafico il suo livello di efficienza normale e sottoponiamolo ad un allenamento. Registreremo una temporanea riduzione di efficienza provocata dalla fatica (B). Nelle ore successive all'allenamento (fase di recupero) l'organismo metterà in atto risposte adattative che porteranno l'efficienza fisica a un livello superiore di quello di partenza (C). Se però il signor Rossi non vuole perdere l'effetto di questo singolo allenamento, dopo qualche giorno dovrà sottoporsi ad un altro allenamento per far sì che l'efficienza fisica aumenti o si mantenga alta.
Potrà sembrare un paradosso ma è un principio base dell'allenamento moderno: per adattarsi meglio non ci si deve mai adattare.


Proprio per questo l'allenamento è definibile un processo "complesso'': non appena raggiunge un certo livello di prestazione ci si deve spingere verso nuovi e superiori livelli. Insomma non è consentito "addormentarsi'' sulle stesse esercitazioni condotte allo stesso ritmo e lasciate sempre alla stessa intensità di esecuzione.
Le risposte adattative dell'organismo non sono unidirezionali. Per intenderci: facendo un certo numero di ripetizioni di un esercizio di forza ad una certa velocità, pur avendo come obiettivo l'ipertrofia muscolare, si causerà contemporaneamente un aumento della frequenza cardiaca. Ci sono dunque effetti principali ed effetti secondari.


L'andamento dei processi adattativi non è mai lineare e richiede un'attenzione continua e individualizzata. La supercompensazione non si fa pubblicità, non si annuncia con squilli di tromba o con ripetuti miglioramenti, ma è un processo a diversa velocità. La bravura di un allenatore sta nel cogliere i momenti giusti per intervenire con nuovi stimoli; nel capire che l'adattamento è individualizzato (ogni atleta ha una personale capacità di assorbimento e reazione agli stimoli); nel distanziare (intervallare) opportunamente stimoli ritenuti pesanti; nel lasciare il tempo affinché l'organismo possa cambiare a diversi livelli (strutturale, ultrastrutturale, enzimatico, sanguigno, muscolare, eccetera). Bisognerebbe essere così bravi (e anche fortunati) da saper intervenire con gli stimoli nuovi non appena si manifesta la supercompensazione. Un ruolo importante spetta all'atleta, alla sua capacità di comunicare le sensazioni e le difficoltà incontrate nell'affrontare quel tipo di allenamento.

Sviluppo schematico della supercompensazione. A. livello di partenza; B. riduzione di efficienza causata dall'affaticamento; C. nuovo livello di prestazione; D. ritorno al livello di partenza se non si eseguono altri allenamenti.

 


Cattaneo Fabrizio & Bonazzi Giovanni 
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