Dislivello: tracciato movimentato
con molti sali-scendi e lunghe discese.
Condizioni meteo: cielocoperto,
tratti ventosi.
Temperatura: -2 / -4.
Tracciato: con numerosi binari nei
primi km, mai meno di 3 durante il resto del percorso.
Neve: fresca e fine con il 90%
d'umidità.
Sciolinatura: viola stik
corretta con pochissima VR50 Swix (senza base).
DALLA PARTE DEGLI ULTIMI
A cura di: Bresciani dott. Vito Luigi
Foto: Bonazzi Giovanni
Il calendario Wordloppet 2002/2003 prevedeva per il 9 Febbraio la disputa di
questa gara, di 63 km. in stile classico. Così, con altri matti come me, eccoci
in Estonia.
Strano paese, l’Estonia: grande come la pianura padana, ha meno di un milione
e mezzo di abitanti, di cui quasi un terzo concentrato nella capitale, Tallin.
Non ha montagne: le mappe indicano qualunque gobba più alta di un cavalcavia,
con relative altezze; alla fine, il punto più alto del paese è la cima
dell’antenna della televisione, alta ben (!) 350 metri.
Dopo la gara avremo un giorno per visitare la capitale, che offre scorci davvero
interessanti: per chi non ha mai visitato città anseatiche o come me ha visto
solo Danzica, si è trattato di un giro turistico molto interessante.
Ma i giorni precedenti la gara siamo restati a Tartu, capoluogo della regione in
cui si svolge la maratona: una pensioncina appena fuori paese, un po’ di
sciate per prendere confidenza con la neve, che come sapete non è uguale
dappertutto, e i soliti problemi sulla scelta della sciolina.
L’organizzazione della gara non è certo all’altezza di gare più note: se
da una parte va apprezzato lo sforzo di tutti per la miglior riuscita,
dall’altra si deve far notare una certa approssimazione, qualche errore
probabilmente dovuto all’inesperienza ad organizzare una manifestazione che,
pur giunta alla 34esima edizione, solo da poco, con l’inserimento nel
calendario Wordloppet, ha richiesto un salto di qualità. Un solo esempio: in
pratica i pettorali sono definiti solo in base ai risultati della stagione
precedente, per cui eventuali buoni piazzamenti in quella corrente non sono
considerati, con le conseguenti proteste di chi vorrebbe piazzarsi sempre
meglio…
Queste lamentele francamente mi divertono un sacco: ho dimenticato di dirvi che
per me queste gare sono una scusa per una sana attività fisica all’aria
aperta, non certo una competizione. Parto con tutti quanti e, prima o poi,
arrivo, di solito quando quelli bravi si sono già lavati, stirati, e stanno
contandosela su in albergo.
Arrivata la fatidica domenica andiamo alla partenza, sotto quel cielo grigiastro
che, immutabile, ci ha accompagnato per tutto il soggiorno. La temperatura di
alcuni gradi sotto zero ha mantenuto la neve in buone condizioni, quindi tutti
abbiamo preparato gli sci con adeguata sciolina stick; vedremo in corsa i
risultati. Arrivando allo stadio notiamo molti che stanno salendo, sci ai piedi,
su un pendio abbastanza ripido, e mi viene un accidente temendo che sia il
tratto iniziale della gara, ma in realtà stanno solo provando la sciolina
prescelta.
I concorrenti sono divisi in gruppi, ma la partenza, all’interno dello stadio,
è contemporanea per tutti e così i corridori più indietro possono vedere bene
sul rettilineo opposto i campioni che scattano. Naturalmente con la curva e la
massa di chi ci precede non esistono binari decenti fin dopo la linea di
partenza, ma non ci sono spinte, gomitate, incroci di sci o di bastoncini: con
63 km. da percorrere è infantile stare a litigare per un metro in partenza. Mi
viene da pensare alla Marcialonga, corsa due settimane prima: lì è un vizio;
anche quest’anno, pur con la partenza “diluita”, c’è stato il solito
assalto di chi avrebbe dovuto partire dietro. Mi ricordo che, mentre eravamo lì
in piedi con gli sci in mano, hanno cominciato ad infilarsi vari furbacchioni:
un tale, con il numero 37XX (faccio come per la bolletta del telefono, che non
mette il numero intero), che si infila e passa subito sul lato opposto per non
farsi beccare dai controllori, disperati. Avrà avuto una cinquantina d’anni,
e magari il giorno dopo al lavoro avrà dovuto tenere un atteggiamento
serioso… chissà cosa avrebbero potuto dire le persone che non ne conoscevano
questo aspetto regressivo!
Ad ogni modo si parte. Il percorso all’inizio presenta una serie di leggere
salitelle, che comunque fanno sbuffare; per ora il gruppone è compatto, del
resto la pista, pur con un discreto numero di binari, sembra insufficiente per
il numero di sciatori, quindi si va di conserva, al ritmo della massa. Lungo la
pista qua e la gruppetti di spettatori che incitano, peccato che non si capisca
nulla, ma la cosa fa sempre piacere. Le ondulazioni si susseguono, mentre
lentamente la massa si diluisce in gruppetti più piccoli, c’è sufficiente
spazio per i sorpassi (gli altri) e per prendere il proprio ritmo (io). Il
profilo altimetrico della corsa indica fra il Km. 10 e il 15 una violenta
impennata; in realtà, frammista con le altre ondulazioni, nemmeno me ne
accorgo.
Rifornimenti piuttosto scarsi, liquidi vari, energetici o integratori; quando
arrivo io, poi, stanno già sbaraccando: una giornata trascorsa all’aria
aperta, qualche grado sotto zero, anche se movimentata dai corridori, è
comunque lunga e, alla fine, faticosa. Già, quelli che affrontano la corsa
veramente come gara, non si sa bene con chi, sono già avanti, per riuscire ad
ottenere un tempo sempre migliore: ho un amico il cui ideale è di arrivare al
traguardo esausto. Per me no: abituato come sono a lunghe marce in montagna,
voglio avere sempre e comunque una riserva disponibile. Se il tempo si guasta e
non hai una riserva, al rifugio non arriverai mai più! Questa filosofia, che mi
è servita in montagna, vale anche qui. Poi è bello per me godere degli spazi
all’aria aperta, guardare la vasta pista che attraversa un bosco di pini e
betulle, a volte che si allarga in radure nevose, forse qualche laghetto
invisibile sotto la neve. Il tempo però non aiuta: l’uniforme grigiastro che
ci ha accolto al nostro arrivo in Estonia continua, inesorabile e immutato. Ma
per me e per i pochi ritardatari che si avviano verso il traguardo i grandi
spazi sono accoglienti, non nemici.
Ormai ognuno ha preso un suo ritmo, una cadenza che lo accompagnerà fino
all’arrivo, per cui i sorpassi sono pochi e chiaramente senza alcuna
competitività: sono semplicemente dovuti al passo differente di ciascuno. Il
problema è che tutti ti rivolgono la parola, ma l’Estone è una lingua
ostica, per me del tutto sconosciuta, così sempre a spiegare che non capisco un
accidente…
Ogni tanto passano gruppi di soldati in gara, con abbigliamenti di due tipi: o
tuta mimetica, dai soliti colori marrone e verde, o copridivise candidi, tutti
dotati di bandoliera con borracce ed altra zavorra, attacchi e scarpette
antidiluviani e sci lunghi e larghi che a malapena rimangono nei binari.
Altro che belle tutine, sci di marche famose, scioline e paraffine! Mi viene da
pensare agli eroici soldati finlandesi di Mannerheim, che con una simile
attrezzatura all’inizio della Seconda Guerra Mondiale erano riusciti a
ridicolizzare l’Armata Rossa.
La parte finale della corsa vede una prevalenza di falsipiani in leggera
discesa, anche se di tanto in tanto qualche strappetto si fa sentire. Il cielo,
rimasto dell’identico color grigio tutto il giorno non ci regala nemmeno un
momento di sole. Finalmente mi affaccio sul rettilineo di arrivo, e percorro gli
ultimi metri di una neve ruvida come sabbia, mentre malgrado tutto dei gruppetti
di spettatori “eroici” ancora mi incitano e, dopo il traguardo, mi si mette
al collo una bella medaglia, ben meritata. Tutti gli altri membri del nostro
gruppo sono già arrivati e mi aspettano vicino all’autobus; nessuno dimostra
impazienza, anzi tutti quanti mi applaudono, senza ombra di ironia: davvero un
bel gesto, del tutto inatteso, che mi fa solo piacere.
Bene, anche questa gara passa in archivio. Una volta tanto, la cronaca è fatta
da uno piuttosto distante dalle posizioni importanti: se volete trovare il mio
piazzamento, partite dall’ultimo, che ci metterete molto meno.
Però ci tengo a dire una cosa a chi, pur avendo avuto la pazienza di leggere
questa cronaca avrà sollevato un sopracciglio in segno di compatimento perché
molto più veloce di me: io sono già Worldloppet Master numero 438, vuol dire
che mi sono già piazzato in dieci gare, comprese due in Nordamerica e la
leggendaria Vasaloppet, corsa nel lontano 1981. Ho rifatto la Vasa nel 1991 e
nel 2001; con la Tartu Maraton sono arrivato a 8 gare della mia seconda
Wordloppet, e quando consegno questo articolo ho poi corso la Finlandia Hihto e
l’Engadin Skimaraton, arrivando di nuovo a dieci gare e quindi al mio secondo
brevetto di Worldloppet Master, il giorno prima del mio cinquantaseiesimo
compleanno.
Sono sicuro che praticamente tutti i lettori arrivati fino a questo punto
dell’articolo sono molto più veloci di me; ma quanti sono riusciti a fare
quello che io ho fatto?
Spero solo che questo mio scritto possa invogliare qualcuno a cimentarsi con lo
sci di fondo: l’inverno è la stagione più difficile per praticare qualunque
altro sport, per ovvie ragioni. Ma è la stagione in cui una giornata all’aria
aperta, magari faticosa ma piena di soddisfazione, è l’ideale per “staccare
la spina”, disintossicarsi polmoni e cervello, e rientrare al lavoro più
leggeri. Se poi, come capita a me, la corsa è anche la scusa per visitare paesi
sconosciuti, tanto meglio.
Credetemi: quando faccio queste gare sono molto più disturbato il giorno
precedente: tensione (si, anch’io la sento), dubbi, emozione, che il giorno
successivo ad essa, in cui la stanchezza si sente ancora ma è accompagnata da
una sensazione di leggerezza, una sorta di appagamento.