Dislivello: tracciato
prevalentemente pianeggiante spezzato da una decina di
sali-scendi (in corrispondenza di alcuni posti di ristoro) e da una
salita iniziale di ca/ 4 Km.
Condizioni meteo: cielo
prevalentemente sereno.
Temperatura: dai -10° della
partenza ai +5° dell'arrivo.
Tracciato: 3 o 4 binari presenti
lungo tutto il percorso, fino a 7/8 dove gli spazi lo permettono.
Neve: poco trasformata alla
partenza, molto trasformata e bagnata all'arrivo.
Sciolinatura: blu stik alla
partenza e rossa special liquida (un velo) verso l'arrivo.
La mia prima Vasaloppet
A cura di: Anna Salaris
Foto: Ski-Nordik.it
L’idea di partecipare alla
mitica Vasaloppet è nata una sera, tra amici, parlando di sci di fondo, di
gare, di marcialonga… La Vasaloppet è la granfondo più rinomata del mondo.
Si svolge la prima domenica di marzo in Svezia, nel regno della tecnica
classica, e su di un percorso di 90 chilometri!
In fondo avevo già fatto qualche garetta ma sempre
in skating; non avevo neanche idea di cosa fosse la tecnica classica.
Così ho preso lezioni ditecnica“a secco”, su struttura sintetica; pronta alla prima nevicata ad
esibirmi nell’armonica progressione in alternato. E’ solo una questione di
ritmo e di spinte: una volta capito, il movimento diventa una vera e propria
danza.
Quindi eccomi in partenza. Assieme ad altre 19.412 persone. E senza nemmeno il
conforto di mio marito che chissà per quale strano, arcano motivo, è stato
assegnato a due gruppi di partenza prima del mio, circa 3500 persone più
avanti.
Conquisto il settimo binario da sinistra; alla mia destra ce ne sono altri
ventidue. Posiziono gli sci con le code nella neve ancora dura, inclinati
abbastanza da appoggiarsi ai bastoni, anche loro puntati saldamente.
Che ora è? Le 7. Ancora un’ora prima del via. Sarà meglio tenere su due paia
di guanti. Bevo qualcosa. Tolgo lo zaino dal sacco di plasticache verrà recuperato e portato all’arrivo. Tolgo il termos dallo zaino
e…hops! Tocco dentro gli sci…l’immagine di un domino infinito di sci che
cadono …no, fortunatamente cadono solo quelli davanti ai miei con qualche
parolaccia del proprietario!
“E’ la prima Vasa?”. Oh, meno male un italiano.”Eh si, si vede eh? Non
è che mi aiuta a piazzare gli sci?”. ”Devi prima incrociare i laccioli dei
bastoni poi infilare le punte incrociate con le code inclinate…” Mamma mia
che roba complessa.
Intanto è meglio che non mi muova più di qua se no come li ritrovo gli sci?
Mi preparo. Il sacco è chiuso. Lo passo a fianco finché arriva oltre le
transenne.
Non avrò stretto troppo le scarpe? Dove cavolo li ho messi gli occhiali? Ok,
attacchi a posto. Infilo i bastoni. Right a destra, left a sinistra.
Aspetto il botto del cannone per partire sulla stessa strada diGustav Vasa: nel 1520 si trovava a Sälen,
a circa 400 chilometri da Stoccolma, dopo essere fuggito da Mora dove aveva
cercato invano di coinvolgere i contadini in una rivolta contro gli invasori
danesi. I contadini di Mora avevano cambiato idea però, e mandarono due
sciatori per cercarlo e convincerlo a tornare per organizzare la rivolta.
Insieme ripercorsero il tragitto da Sälen
a Mora e più tardi, ottenuta l’indipendenza, Gustav fu nominato re di Svezia.
La prima Vasaloppet (la gara di Vasa, letteralmente)venne disputata nel 1922 da 136 sciatori.
Oggi, pur rimanendo
un’importante competizione agonistica senza perdere le caratteristiche di
manifestazione tradizionale, continua arichiamare
migliaia di sciatori provenienti da tutto il mondo.
Accanto, o forse meglio dire, dietro ai professionisti, partono più di 15.000
fondisti.
Ma il botto del cannone non lo sento: deve essere troppo lontano. Sento solo un
urlo corale che fa vibrare tutto e poi vedo le mani alzate di migliaia di
persone.
“Fra qualche minuto ci muoviamo anche noi…!”. E’ il signore di prima. E
infatti subito dopo siamo presi nell’onda. Via di braccia, coi bastoni vicini
vicini. Le punte sulle code di quello davanti. Siamo già fermi. E di nuovo via
a spingere. E ancora fermi. Temo quelli dietro che mi vengano addosso. Poi di
nuovo via veloci. La pista inizia a curvare a destra ed a salire. Sciolina ok.
Fermi. Procedo a passetti puntellandomi timidamente coi bastoni. Non metterli
troppo in fuori che te li spaccano. Si ma così scivolo. Mi fan già male le
braccia ad andare avanti così. Bene. Ci sono solo altri ottantanove chilometri.
I binari sono meno di dieci ora; ripidi. C’è un mare di pubblico che si
esibisce in una hola che si esaurisce su chi è schiacciato sulle transenne.
Sono circondata da sederi di vichinghi che arrivano all’altezza della mia
faccia.
Il fiume umano si è ristretto ancora, incanalato tra due muri di pini.
I fiati si condensano sopra le teste in controluce. Mi volto indietro. Un mare
di teste e pettorali ordinati.
Di colpo il fiume sfocia sull’altipiano. Un’ora e dieci per fare solo tre
chilometri. Il paesaggio è più aperto, il bosco più rado. Il sole inizia a
scaldare. La neve a mollare.
Non è che fa troppo caldo? Speriamo bene con la sciolina.
Boschi a perdita d’occhio. Il percorso è veloce. Vado solo di braccia. Non
esagerare però, bisogna risparmiarle.
Smågan:
primo ristoro e primo cancello orario. Meglio controllare l’orario di
chiusura: 10.30. Ottimo, ho un’ora di anticipo.
Il percorso sale leggermente. Meglio. Un po’ di alternato; si risparmiano le
braccia.
Un cartello ogni chilometro: che incubo. 70 km to Mora. Bene. Sto pedalando da
due ore: adesso comincia la Marcialonga.
Saliscendi. La sciolina non tiene già più, accidenti! Devo usare solo le
braccia. Beh, per i primi venti chilometri mi sembra di aver visto solo gente
che mi supera.
Mångsodarna: ne
approfitto per sciolinare.
Adesso si scende decisamente. 10 chilometri fino a Risberg. Laghi, motoslitte.
Svedesi seduti su pelli di renna attorno ai fuochi accesi sulla terra rubata
alla neve. “Heja! Heja!”. Sorrido a chi mi incita. Salita prima di Risberg.
Scivolo dannatamente. Bevo e sciolino. Metto quella argento. È la più calda
che ho. Ma mi sa che è troppo fredda. Cerco di tirarla bene col sughero. Ho già
le braccia a pezzi.
13 km per Evertsberg. Saliscendi continui. In discesa a uovo, i gomiti sulle
ginocchia così la schiena si riposa.
Siamo a metà del percorso. Quasi cinque ore. Con questo ritmo forse riesco ad
arrivare con la luce. Speriamo.
Ingurgito un po’ di succo di mirtillo: non è così tremendo.
Walla 500 metri. Ah ecco, deve
essere il servizio sciolina. Potevano anche scriverlo in inglese. Beh, tanto non
l’avrei capito lo stesso. Magari ne approfitto. No, c’è troppa coda. Via i
bastoni, via i guanti, le mani sudate fradice. Si sono già staccati i cerotti
anti vesciche. Dove cavolo l’ho messa la sciolina?
Non so neanche bene come si mette ’sta porcheria. Meglio abbondare. Via, in
discesa. Quasi inciampo su me stessa. Ho messo la sciolina troppo in avanti
sullo sci di destra. In discesa devo stare tutta a sinistra. E il più possibile
sui tacchi.
Devo tenere duro. Fino al ristoro degli italiani. Deve essere tra poco. I binari
non esistono più. Non riesco nemmeno a tenere gli sci dritti.
Ecco la strada, finalmente, che costeggia la pista. Il ristoro sarà vicino.
Discesa in un’enorme radura circondata da un bosco di betulle.
36 km to Mora. Ma dove cavolo è ’sto ristoro? Ancora tantissima gente attorno
alla pista. Se c’è la strada c’è anche il ristoro.
Quanto ho fatto da Risberg? Non mi ricordo più se ho passato i 36 o i 35. Gli
sci mi scappano da tutte le parti. La pista al sole: i binari chi li ha visti?
Ecco il sottopassaggio! Meno
male. Quanta gente! Guarda bene, mica che ti scappi quello degli italiani. Volvo,
Saab, IBM, ABB…ecco la bandiera italiana…la UVET…ecco mia cognata e Bruno,
il tecnico degli sci, finalmente!
“E’ un disastro, non ci sono i binari, fa un caldo becco, continuo a
scivolare, non ne posso più!”. “Per forza ci sono 5 gradi”. “E mio
marito da quanto è passato?”. “ Sarà un quarto d’ora, venti minuti
massimo. Dammi che ti metto una klister”. “Metti quello che vuoi basta che
tenga…! Dai, che Luca (mio marito) intanto va avanti!”.
Albicocche secche, acqua, uvetta. Cambio borraccia, preventivamente riempita di
bombe.
Metti gli sci metti i bastoni. Via. 500 metri di pista tra i banchetti
“spontanei” delle varie associazioni. Ci sono anche gli alpini.
Va un filo meglio. Oxberg: 28 to Mora. Bosco di betulle. Per molti tratti solo
noi concorrenti. Con tutta sta gente è da ore che non parlo con nessuno.
Poi di colpo un sacco di pubblico. “Heja! Heja!”. Ristori “spontanei”.
Succo di mirtillo, arance, coca cola e banane.
Costeggiamo un lago che non finisce più. 90 chilometri: se ci penso
razionalmente è pura follia. Che strano, pensavo di essere più sfinita. Sarà
l’Enervit che ho trangugiato.
Hökberg. Tanto per
cambiare un “berg”. Infatti è in salita. Sono gli ultimi 20. Ora so che ce
la posso fare. Il sole comincia ad arrivare di traverso tra le betulle. C’è
una luce splendida. E un gran silenzio.
Continuano a superarmi signore di una certa età. Fregatene, tieni il tuo ritmo,
tanto prima o poi arrivi. Si ma guarda quella che culona!
Se arrivo a Eldris è fatta.
Eldris: 9 km. Ultimo Enervit
gel. Questo tratto l’ho fatto l’altro ieri, c’è qualche salita che può
mettermi in difficoltà Affido gli sci al servizio sciolina. Non c’è più
coda… Prendo da bere. Finalmente del tè…macché è brodo! Ho la bocca
impastata. Più bevo più mi sembra di avere sete.
Il sole è quasi giù. Il bosco è bellissimo a quest’ora. Mi guardo un po’
in giro per non pensare alle braccia: non ce la fanno quasi più. Cerco una vaga
traccia di binario, invano. Cado; beh, è solo la prima volta che cado. Crampo
alla pianta del piede.
Non devo pensare altrimenti non mi passa più. Solo andare. E invece penso. Al
traguardo con la sua scritta: sulle orme dei padri per le vittorie future. Lo
ripeto come una litania, quasi un mantra: ”I
fäders spår főr framtids segrar, I fäders spår, I fäders spår”. 5 km to Mǻ. L’arrivo. 4 chilometri. Deve vedersi il campanile tra
poco. 3 km. Deve esserci una salitina poi prendo fiato sulla discesa.
Il sole non si vede più. Peccato.
2 km. Veramente? Ecco le roulottes del campeggio. Me l’aveva detto qualcuno:
quando vediil campeggio vuol dire
che ce l’hai fatta.
Il campanile è vicino, ora. Sembra che si muova.
1 km. Veramente ce l’ho fatta? Ecco l’ultimo ponte e la curva che immette
nel viale principale di Mora. …I fäders
spår, I fäders spår … Quanta gente ancora: non sono stufi di vederci passare? I primi saranno
passati cinque ora fa!
Che strano; ho ancora un po’ di energia nelle braccia. Un corridoio di gente
che urla, la bocca impastata, i piedi dolenti, il respiro che incespica in gola,
le bandiere, la schiena a pezzi, le lacrime agli occhi… il traguardo!